PREMIO LETTERARIO PANCHINA

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EDIZIONE 2011
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Parole da lontano
Giorgio Placatti


Piacere, sono una panchina.
Detto così, è un po' poco. Panchine ce ne sono tante, di tutti i tipi. Voi direte, ma come fai a saperlo, non ti muovi mai?!? Beh, scusate, ma volete che nell'era di Internet noi panchine non abbiamo trovato il modo di comunicare?
Comunque io ho un'identità precisa, anche se per un periodo ne ho dubitato, come dirò più avanti. Intanto sono di legno, di abete per la precisione, e fatta più o meno a mano. Poi non sto in giardino o in un parco di città, io lavoro su un sentiero.
Niente di difficile, è un sentiero per famiglie con bambini. Infatti ne passano molte, assieme ad anziani, comitive più o meno allegre, coppiette più o meno furtive. Di rado passano anche maleducati che si divertono a scrivere sulle mie assi e su quelle delle mie colleghe.
E' un bel lavoro, che dà soddisfazione. Certo sei sempre all'aperto ma il freddo non mi spaventa, molto peggio il fuoco. Non è nemmeno difficile, basta aspettare i viandanti stanchi e…oplà, lui o lei si siedono e si sentono meglio. Poi c'è lo spettacolo della natura, i caprioli, gli uccelli. Insomma, non ci si annoia mai.
Nonostante ciò, come vi dicevo, c'è stato un periodo nel quale ho dubitato di me stessa. Appena installata mi sono trovata vicino a una collega molto, molto vecchia e ormai prossima alla pensione. Diventammo amiche e lei cominciò a parlarmi di un suo affezionato cliente di tantissimo tempo addietro.
Veniva da nord, da oltre le montagne, in vacanza. Passava tutti i giorni, prima in un senso e poi nell'altro. Spesso era in compagnia ma comunque parlava, anche da solo. Fin qui niente di che, lo fanno in tanti. Era quello che diceva che era speciale: parlava di psiche, di nevrosi, di conscio e inconscio, soprattutto di identità e di crisi della medesima. Questo per anni, tutte le estati e sedendosi sempre sulla stessa panchina, la mia amica.
Non è che lei capisse tutto, del resto nemmeno io. Però qualcosa le rimase dentro e si trasmise a me.
Cominciai a chiedermi qual era il mio posto nella vita, e già questo per una panchina è molto. Poi mi chiesi se ero davvero una panchina e perché. Poi pensai: perché panchina, perché non panchino? Chi lo dice che sono una femmina? Insomma, crisi totale e depressione nera.
Secondo me i passanti se ne accorgevano. Li sentivo dire che c'erano posti migliori, che l'atmosfera era un po' cupa. Passavano oltre, e in fretta. Si fermavano solo i cani, ma per motivi poco onorevoli.
Poi, poi…poi basta. Un bel giorno, quando la mia amica non c'era già più, di colpo mi sentii meglio. Femmina? Ma naturalmente, chi altri poteva accogliere così semplicemente il primo che passava senza chiedere nulla in cambio? Panchina? Ma era ovvio, ero nata per questo e a ciò dovevo tutto quello che ero riuscita a fare nella vita. Il mio posto? Ma per mandarmi via devono schiodarmi, qui è un paradiso.
Ho ritrovato me stessa, ma continuo a parlare alle colleghe più giovani della vecchia panchina amica mia e di quel buffo professore austriaco. Forse quelle parole mi hanno fatto bene, magari non subito.
Comunque non potrei scordarli neanche se volessi. Alla fine il professore, ahimè solo lui, è diventato famoso, tanto che qui hanno chiamato il sentiero Freudpromenade cioè Passeggiata Freud, dal suo cognome. Lui amava questi luoghi, come me. Forse anche per questo ci siamo parlati, anche se per mezzo di una vecchia panchina.



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